Politica e Graphic design: l’esperienza “leggera” della Fabbrica del Programma.


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In questo periodo pre-elettorale, mi torna in mente La Fabbrica del Programma il capannone che Romano Prodi inaugurò il 16 febbraio 2005 e che per 14 mesi servì come base per la creazione partecipativa del programma per le elezioni politiche del 2006 che videro vincente la coalizione de L’Unione. Mi occupai del progetto grafico e fu uno un’esperienza professionale molto interessante.

Alla presentazione dei simboli elettorali poche settimane fa abbiamo avuto la conferma che graphic design e politica difficilmente vanno d’accordo ma qualche volta creano invece un connubbio perfetto. Quello che vi voglio raccontare rieditando il post che Carlo Branzaglia scrisse per la rubrica SDZ del sito di Aiap, è un progetto che è riuscito a coniugare gli elementi organizzativi con un progetto grafico innovativo, ben connotato e coerente.

Se poi avrete la pazienza di arrivare al termine di questo post, vi racconterò una curiosità, il vero motivo per cui L’Unione scelse il colore giallo per rappresentare la colazione nelle manifestazioni di piazza e nel famoso TIR di Prodi. Colore mai usato prima da nessuna coalizione.

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La Fabbrica del Programma
di Carlo Branzaglia

da SocialDesigneZine di Aiap, 28 aprile 2005

Il graphic design applicato all’immagine dei partiti e dei movimenti politici è sempre stato argomento dibattuto, nel bene (raro) o nel male (frequente). L’occasione ci viene questa volta da la Fabbrica del Programma di Romano Prodi, capannone alle porta di Bologna, ormai attivo a pieno regime, destinato a raccogliere e discutere spunti ed idee di movimenti o singole persone. Un’idea cara a Prodi, che già nella campagna che portò alla sua elezione (quando gli fu consulente, fra gli altri, Roberto Grandi) aveva mirato al coinvolgimento e al contatto diretto con la “gente”.
Nel caso della Fabbrica, risalta il lavoro di coordinazione fra gestione degli spazi interni e programma di comunicazione, organizzati secondo un principio unitario, d’altronde fondamentale per garantire accesso e gestione in uno spazio che si qualifica dal nome steso come incubatorio produttivo di idee e progetti.

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In venti giorni di tempo, due giovani architetti milanesi (Federico Zanfi e Filippo Poli) hanno impostato gli 820 metri quadri interni impostando uno spazio di gestione, uno di riunione (assembleare) e uno esterno di accesso; lavorando a stretto contatto con Matteo Righi (Balena Corporation), a sua volta coadiuvato da Georgia Matteini Palmerini, che si è occupato del progetto di comunicazione.

Il problema era evidente: una identità “in fieri”, aperta, definita dallo stesso lavoro svolto da questa macchina del pensiero; e una accessibilità emotiva oltre che funzionale, in quanto atta non solo a dirimere i meccanismi interni ma in primis a fare entrare fisicamente gli interlocutori nel progetto.

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Righi ha camminato con sicurezza, e leggerezza, su questo crinale. Ricorrendo a un sistema modulare, ispirato allo stencil, capace di gestire l’applicazione dei codici formali e cromatici dell’identità, a cominciare dal marchio; e nello stesso tempo di renderla accessibile e colloquiale, benché molto precisa proprio nella sua funzione segnaletica, con l’intervento di colori vivaci e di pittogrammi ragionevolmente giocosi.

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Non stupiscono, questa sicurezza e questa leggerezza. Non tanto per la lunga esperienza di Righi, prima con Mollusco & Balena, poi con Balena Corporation. Quanto per la varietà della medesima, vissuta con molta modestia, e molto mestiere, intendendo questa parola proprio nell’accezione inglese di craft: mestiere, appunto, ma nel senso anche di destrezza.
Righi è socio AIAP, ma anche consigliere nazionale dell Art Directors Club Italiano. Ha lavorato su qualunque supporto, dal design di prodotto al web, passando per il cartaceo. Si è confrontato con clienti di ogni tipo (dal parrucchiere Orea Malià a Pavarotti International); passando da occasioni assolutamente “mass oriented” ad altre praticamente underground. E non ha mai attirato su di sè particolari attenzioni, nonostante qualche bel premio nello scaffale.

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Forse è anche uno spunto per riflettere su valore e qualità del progetto grafico odierno, sospeso fra il suo essere “dappertutto” (come diceva la Carta del Progetto Grafico) e le tentazioni di un piccolo star system che trova visibilità in conferenze e pagine di riviste di settore. Uno star system soprattutto internazionale che rischia di ritrovarsi talora con le stesse (bellissime) presentazioni di conferenza in conferenza; magari aggiornate con la foto della tappa precedente. Che in Italia si restringe a quei dodici/tredici nomi, non solo fra i maestri ma anche e soprattutto fra le generazioni di mezzo e i più giovani, presenti qualunque cosa facciano sulle scarse finestre sul settore.
Il che non fa male a nessuno, sicuro. Salvo ricordarsi che il progetto grafico, oltre ad essere realmente dappertutto, è qualcosa che ha a che fare con la realtà quotidiana, con la gente che la pratica. E che è una attività di servizio, che, guarda un po’, nonostante il massiccio impiego di tecnologie deve forse proprio ricordare la sua dimensione di “mestiere”. Per non essere un’altro futile strumento di produzione automatica di simulacri.

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Ma perchè il Tir di Prodi era giallo?

La sinistra storica si è sempre connotata con il colore rosso, i berlusconiani con l’azzurro, la lega con il verde. Perchè L’Unione scelse il giallo per la campagna elettorale 2005/2006?

Alcuni sostenevano che era perchè c’erano di mezzo i cinesi. Altri pensavano a Cori Aquino ma anche che fosse un omaggio a Pantani. In realta il giallo fu scelto a causa di un tubo giallo in PVC che percorreva tutte le pareti del capannone. Era sicuramente l’elemento più evidente in quello spazio color bianco e cemento.

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Nella foto il capannone il giorno del sopralluogo insieme ai giovani architetti milanesi in Via Rimini venti giorni prima dell’inaugurazione. Da dove proviene il tocco d’arancione ve lo spiegate da soli, vero?!
Non potevamo fare grandi interventi, non potevamo cambiare i colori di quanto già era presente nell’ambiente, come il colore di pareti e pavimenti o gli elementi che ne facevano parte, tubi in PVC e impianto di diffusione dell’aria compresi. Non potevamo cambiare nulla ma la prendemmo come fonte d’ispirazione per il progetto. E la scelta obbligata dei colori divenne la fonte di ispirazione per realizzare un progetto che voleva mettere al centro la perfetta sintonia grafica e architettonica, lasciandosi andare alla massima contaminazione possibile.

E così la zona dove avvenivano gli incontri di studio, così come la redazione Internet e il logo, si colorarono di giallo e la zona delle conferenze e il tappeto che guidavano l’accesso diventarono arancioni. Il verde, unico colore aggiunto utile per identificare l’area dello studio televisivo arrivo a contaminare il colore verde del logo nei monitor come a identificare la natura del media stesso. Il logo è l’espressione massima di questo sodalizio creativo, in quanto l’architettura ne prende parte e si sposa in maniera indelebile all’immagine grafica. E non stiamo parlando di colori.

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La Fabbrica del Programma
Via Rimini (zona Croce Coperta – Corticella), Bologna

Dati dimensionali:
superficie esterna: 1320 mq.
superficie interna lorda di pavimento 820 mq.(di cui circa 550 mq. di spazio per incontri e riunioni)

Progetto d’allestimento:
Filippo Poli+Federico Zanfi architetti (con la collaborazione di Mario Filippetto e Maurizio Targa)

Progetto grafico:
Matteo Righi (con la collaborazione di Georgia Matteini Palmerini)

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